Di Joseph Stiglitz e Linda Bilmes
L'amministrazione Bush ha sbagliato nella valutazione dei benefici e
dei costi della guerra. Il presidente ed i suoi consiglieri si
aspettavano un conflitto rapido e poco costoso. Al contrario abbiamo
avuto una guerra che sta costando molto più di quello che nessuno
poteva immaginarsi.
Il costo delle sole operazioni militari americane - senza considerare,
cioè i costi a lungo termine come quelli relative alla cura dei
veterani feriti - supera già ora quello dei 12 anni della Guerra in
Vietnam ed è più che doppio della guerra in Corea.
E, anche considerando lo scenario migliore, questi costi saranno
almeno 10 volte maggiori di quelli della Prima Guerra del Golfo, tre
volte maggiori di quelli della Guerra del Vietnam, e il doppio di
quelli della I Guerra Mondiale. La sola guerra nella nostra storia che
costò di più fu la II Guerra Mondiale, alla quale gli Stati Uniti
parteciarono con 16,3 milioni di soldati in una campagna che durò
quattro anni, sopportando un costo di circa 5.000 miliardi di dollari
(su base 2007, considerando cioè l'inflazione). Con tutto l'esercito
impegnato contro tedeschi e giapponesi, il costo per soldato fu di
100.000 dollari (su base 2007), mentre la guerra in Iraq costa più di
400.000 dollari per soldato.
La maggior parte degli americani ha già coscienza di questi costi. Il
prezzo di sangue è stato pagato dai nostri volontari e dai
"contractor" (i militari appaltati). Il prezzo in denaro è stato
finanziato con prestiti. Le tasse per pagarli non sono cresciute -
infatti. le tasse dei ricchi sono state ridotte. Il deficit sulla
spesa dà l'illusione che le leggi economiche possano essere sospese,
cioè che possiamo avere burro e cannoni. Naturalmente le leggi
economiche non sono sospese. I costi della Guerra sono reali, anche se
probabilmente differiti ad un'altra generazione.
Alla vigilia della guerra ci fu una discussione sui probabili costi.
Larry Lindsey, consigliere economico del Presidente Bush e capo del
National Economic Council, disse che avrebbero potuto raggiungere i
200 miliardi di dollari. Ma questa stima fu considerata gonfiata dal
Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld. Il suo deputato Paul
Wolfowitz, suggerì che la ricostruzione post bellica avrebbe potuto
ripagare tali costi tramite i ricavi sul petrolio. Mitch Daniels,
direttore dell'ufficio di Direzione e Budget, e segretario di
Rumsfeld, stimò i costi tra i 50 ed i 60 miliardi di dollari
(considerando l'inflazione, tra i 57 ed i 69 milioni di dollari), una
parte dei quali egli contava che sarebbero stati finanziati da altri
paesi. Il tono dell'amministrazione fu sprezzante, come se le somme in
gioco fossero minime.
Anche Lindsey, sebbene avesse calcolato un costo di 200 miliardi di
dollari, arrivò a dire: "La vittoriosa prosecuzione della guerra
potrebbe servire all'economia". Retrospettivamente, si può dire che
Lindsey sottostimò grossolanamente sia i costi diretti per la guerra
che quelli per l'economia. Assumendo che il Congresso approvi il resto
dei 200 miliardi di dollari per l'anno fiscale 2008, avremo stanziato
un totale di 845 miliardi di dollari per le operazioni militari, per
la ricostruzione, i costi delle ambasciate, la sicurezza delle basi
americane e gli aiuti all'estero in Iraq ed in Afganistan.
Dopo il quinto anno di guerra, i costi operativi per il 2008 (per la
guerra, quelli che potremmo definire le spese correnti) sono
proiettati a superare i 12, 5 miliardi di dollari il mese solo per
l'Iraq, più dei 4,4 miliardi del 2003, e con l'Afganistan il totale
sale a 16 miliardi di dollari il mese. Il budget annuale delle Nazioni
Unite è di 60 miliardi di dollari, oppure, se si vuole, è il budget di
13 stati dell'Unione. Anche così, questo non include i 500 miliardi
l'anno per le spese normali del Dipartimento della Difesa. Non include
altre spese segrete, come quelle dello spionaggio o degli altri fondi
inclusi nei budget di altri ministeri.
Siccome vi sono un mucchio di costi dei quali l'Amministrazione non
tien conto, il costo totale della guerra è molto superiore a quello
che risulta ufficialmente. Per esempio, gli ufficiali del governo
dicono frequentemente che le vite dei loro soldati sono senza prezzo.
Ma dal punto di vista dei costi, queste vite senza prezzo compaiono
nel libro mastro del Pentagono semplicemente come 500.000 dollari -
l'ammontare corrisposto ai parenti come risarcimento in caso di morte
e per l'assicurazione sulla vita. Dopo l'inizio della guerra, questi
risarcimenti furono aumentati da 12.240 a 100.000 dollari in caso di
morte e da 250.000 a 400.000 dollari come assicurazione sulla vita.
Anche se queste indennità state aumentate esse sono solo una frazione
di quello che i parenti possono ottenere per la perdita della vita di
un congiunto in un banale incidente automobilistico. Per quanto
riguarda la salute e la sicurezza, il governo degli Stati Uniti valuta
la vita di un giovane al massimo dei suoi futuri guadagni, sopra i 7
milioni di dollari - molto di più di quanto paga per la morte di un
militare. Usando questo dato, il costo dei circa 4.000 soldati
americani uccisi in Iraq supera i 28 miliardi di dollari.
Per la società i costi sono naturalmente maggiori che quelli indicate
nel budget del governo. Un altro esempio di costi "nascosti" deriva
dalla minimizzazione degli incidenti dei militari. La statistica degli
incidenti del Dipartimento della Difesa riporta gli incidenti che
accadono nelle azioni di combattimento - a carico del servizio
militare. Così se un soldato è ferito o muore in un incidente notturno
col suo veicolo, questo incidente viene indicato "non connesso al
combattimento" - sebbene potrebbe essere troppo pericoloso per i
soldati viaggiare durante il giorno.
Infatti il Pentagono registra questi dati in due liste separate. Nel
sito web del Dipartimento della Difesa si trovano gli incidenti
ufficiali. Altri dati sono più difficili da reperire e sono
disponibili solo alle condizioni del Freedom of Information Act.
Questi dati mostrano che il numero di militari che dono stati uccisi,
feriti o hanno contratto malattie è doppio di quello dei soldati
uccisi in combattimento. Si potrebbe dire che una percentuale di
questi casi è capitato a soldati non impegnati in Iraq. Ma le nostre
nuove ricerche mostrano che la maggioranza di questi incidenti e
malattie deriva direttamente dal servizio in zona di guerra.
Dall'insana miscela dei fondi per l'emergenza, della dispersione dei
dati e dalla cronica sottostima delle risorse per proseguire la
Guerra, abbiamo cercato di identificare quanto abbiamo speso - e
quanto spenderemo, in ultima analisi, quanto ancora dovremo spendere.
Il dato al quale si arriva supera i 3.000 miliardi di dollari e i
nostri calcoli si basano su assunzioni conservative. Queste sono
concettualmente semplici, anche se occasionalmente tecnicamente
complicate. Il dato di 3.000 mila miliardi ci sembra ragionevole e
probabilmente l'errore è per difetto. È necessario dire che questo
numero si riferisce solo agli Stati Uniti e non riflette il costo
enorme a carico del resto del mondo o dell'Iraq.
Fin dall'inizio, la Gran Bretagna ha giocato un ruolo cardinale -
strategico, militare e politico - nel conflitto irakeno. Dal punto di
vista militare l'UK ha contribuito con 46.000 soldati, il 10 percento
del totale. Non sorprende, quindi, se l'esperienza britannica in Iraq
è stata parallela a quella degli americani. Aumento degli incidenti,
crescita dei costi operativi, scarsa trasparenza sulle spese, risorse
militari sempre maggiori e scandali sulla squallide condizioni e sulle
cure mediche inadeguate riservate alla maggior parte dei veterani
feriti.
Prima della Guerra, Gordon Brown, riservò 1 miliardo di sterline per
le spese militari. Alla fine del 2007, la Gran Bretagna ha speso 7
miliardi di sterline per spese militari dirette in Iraq e in
Afganistan (il 76% delle quali in Iraq). Questi soldi derivano da una
speciale riserva supplementare, a disposizione del Ministero della
Difesa.
La riserva speciale è in cima al regolare budget per la difesa del
Regno Unito. Il sistema britannico è particolarmente opaco: i fondi
della riserva speciale sono usati dal Ministero della Difesa senza una
specifica approvazione del Parlamento. Come risultato i cittadini
inglesi hanno poca chiarezza sulle reali spese di guerra.
Inoltre, i costi sociali del Regno Unito sono simili a quelli degli
Stati Uniti - famiglie che hanno perso il lavoro per curare soldati
feriti e diminuzione delle qualità della vita per migliaia di
invalidi.
Come per gli Stati Uniti vi sono dei costi macroeconomici per la Gran
Bretagna, sebbene i costi a lungo termine potrebbero essere minori per
due ragioni. La prima è che la Gran Bretagna non ha la stessa politica
di sperpero fiscale e la seconda è che, fino al 2005, il Regno Unito
era al netto un esportatore di petrolio.
Abbiamo considerato che le forze britanniche sono state ridotte,
quest'anno, a 2500 unità e che rimarranno a quel livello fino al 2010.
Ci si aspetta che le forze inglesi in Afganistan cresceranno
leggermente da 7000 fini a 8000 unità nel 2008 e rimarranno stabili
per tre anni. Il Comitato per la Difesa della Camera dei Comuni ha
recentemente scoperto che nonostante il taglio delle truppe, i costi
per la guerra in Iraq aumenteranno del 2 percento quest'anno e i costi
per il personale diminuiranno solo del 5 percento. Nel frattempo i
costi delle operazioni militari in Afganistan è cresciuto del 39
percento. Se questo piano continua, le stime del nostro modello
potrebbero essere significativamente troppo basse.
Sulla base delle assunzioni indicate nel nostro libro, il costo di
previsione per il Regno Unito per le guerre in Iraq ed in Afganistan
fino al 2010 sarà superiore ai 18 miliardi di sterline. Se si
considerano i costi sociali supereranno i 20 miliardi di sterline.
Impressioni dopo la lettura del romanzo Le benevole di Jonathan Littell
di Wu Ming 1
da "L'Unità" del 30 settembre 2007
Premio Goncourt 2006. Monumentale opera prima scritta in francese da uno statunitense. Caso editoriale in diversi paesi. Oggetto di stupore, shock e ammirazione. Alzate di polveroni a destra e a manca da parte di storici e critici, di ebrei e gentili. Perché?
Perché è chiaro fin da subito (dal lungo prologo intitolato "Toccata") che Le benevole di Jonathan Littell vuole imporsi come il romanzo supremo e definitivo su Germania nazista e sterminio degli ebrei.
Di questa ambizione, questa hybris che fa scavalcare ogni argine e sfidare ogni precedente narrazione sull'argomento, ho un'esperienza diretta di molti giorni. Leggere Le benevole è ritrovarsi testimoni, percossi e attoniti, di un tracimare: goccia dopo goccia, rivolo dopo rivolo, il fiume di dati, episodi, conversazioni, ricordi, sogni e citazioni si compone, si allarga, si alza, si gonfia finché non esonda. Arriviamo sul fronte russo sospinti da un'alluvione, immane ondata che spazza via interi mondi e innumerevoli vite, finché non impatta con la resistenza di Stalingrado, inattesa, inspiegabile. Le giornate di Stalingrado scavano un momento di "vuoto" nel romanzo e nella vita del protagonista, Maximilien Aue, ufficiale SS. Il vuoto si riempie di follia, follia per una volta non sistemica né organizzata, follia non burocratica bensì singolare e selvaggia. L'accerchiamento sovietico apre un crepaccio nel tempo e la psiche devastata di Aue produce visioni e fantasticherie. I passaggi sono fluidi, non più scanditi da cifre, date e acronimi, tutto è bianco e non si sentono rumori... E' a questo punto che l'onda s'incurva e volge indietro, con violenza moltiplicata. L'Armata Rossa e il Generale Inverno annichiliscono la Sesta Armata. Aue si salva, lo riportano a Berlino.
Una volta respinta, la piena - che, ripeto, è una piena di informazione - copre altre direzioni, invade altri campi. Le acque brune e scure trasportano nuovi dati, episodi, conversazioni, reminiscenze di incesti e sodomie, incubi e rimandi ad altre opere (drammi, romanzi e saggi, film e documentari). Personaggio, autore e libro s'impantanano nell'asfissiante burocrazia dell'universo concentrazionario, della Endlösung, dell'Olocausto. Che è ormai soprattutto amministrazione: se le spaventose Aktionen, i massacri di ebrei nell'Ucraina occupata, avevano smosso la coscienza del protagonista sferzandolo con dubbi e rimorsi, la "soluzione finale" lo trova desensibilizzato, apaticamente dedito al compito: "adesso predominava in me una grande indifferenza, non tetra, ma lieve e precisa". Siamo a poco meno di 2/3 del romanzo: Auschwitz compare solo adesso, ecco Höss, ecco Mengele... La piena diventa un lago artificiale di acqua densa, appiccicosa, le minuzie galleggiano e si attaccano alla pelle. "E poi, se dovessi ancora raccontare in dettaglio tutto il resto dell'anno 1944, un po' come ho fatto fin qui, non la finirei più. Vedete, penso anche a voi, non soltanto a me, un pochino perlomeno, certo ci sono dei limiti, se mi sobbarco tutte queste fatiche non è per farvi piacere..." E avanti così, poi la catastrofe, la fuga, la mimetizzazione borghese.
Questa non è semplice audacia da esordiente: l'impressione è che l'autore sia stato travolto dai propri studi e dal progetto narrativo, e ne sia rimasto prigioniero. Littell si è recluso per anni nel mondo che andava evocando, la Germania del Terzo Reich vista come un unico, grande campo di concentramento che imprigionava anche i carnefici e i loro complici (immagine proposta anni fa da Bruno Bettelheim). Siccome "è libero chi è vassallo" (Frei sein ist Knecht sein), ne è derivato un grande arbitrio del raccontare: Littell vuole dire tutto, mostrarci tutto, descrivere ogni meccanismo, indugiare su ogni delitto.
Le benevole è un libro iperrealistico, sembrano davvero le memorie per troppo tempo procrastinate di un ex-criminale di guerra. Nel numero di pagine (956 nell'edizione italiana, per giunta fittissime e quasi prive di a capo), nell'esorbitante numero di divagazioni ed eccedenze, nell'attenzione pedante per i minimi dettagli, si manifesta la tipica "incontinenza" dei memoriali di certi anziani.
Le benevole sembra anche la versione narrativa (e capovolta, poiché dal punto di vista degli assassini) della colossale impresa storiografica di Saul Friedländer, i due volumi de La Germania nazista e gli ebrei. Friedländer aggiorna le ricerche di Raul Hillberg e si dedica alla ricostruzione più vasta e minuziosa della "soluzione finale", attingendo a ogni sorta di fonte, procedendo per accumulo di migliaia di microstorie, che collega e incastra fino a indurre il quadro generale. Tuttavia, la narrazione di Friedländer è moltitudinaria, sono milioni di persone a reggerne il peso e il dolore. La storia più difficile da raccontare e da ascoltare batte sulle tempie mentre leggi, e solo un impianto corale può darle fondamenta abbastanza solide. Le benevole ha invece un solo protagonista, unico "filtro", un "io" dai piedi d'argilla che sotto il peso della tragedia sbanda, si incurva, sovente cade, perde consistenza e coerenza. Che compito ingrato, il soliloquio dell'inenarrabile.
La domanda che si pone il lettore è: perché Aue - nonostante il disgusto, i conati di vomito, la diarrea psicosomatica che lo perseguita per quasi mezzo libro - fa quello che fa?
Perché a suo modo è un illuminista, sembra dirci Littell. E' un giovane intellettuale dalle buone, anzi ottime, letture, ed è consapevole della “dialettica negativa” dell'illuminismo, tanto da volere vederla compiersi.
[Qui sorvolerò sul fatto che il cosiddetto "illuminismo" liquidato da Adorno e Horkheimer e poi da frotte di pensatori postmoderni non corrisponde in alcun modo all'illuminismo storicamente, concretamente esistito. Lo spiega molto bene Robert Darnton nel suo L'età dell'informazione, Adelphi 2007.]
In parole povere: Aue vuole scoprire fin dove potrà spingersi prima di smettere di provare qualcosa. Vedere se i mille pretesti, le razionalizzazioni di comodo, i falsi sillogismi riusciranno a prevalere sulla nausea, la pietà e i sensi di colpa. Man mano che ciò accade, si trova a rimpiangere l'orrore e la pena che provava al principio, "quello choc iniziale, quella sensazione di una frattura, di uno squassarsi infinito di tutto il mio essere". Aue è la cavia del proprio esperimento sui limiti dell'umano. Insieme a noi, "fratelli" chiamati in causa fin dall'incipit, scoprirà che l'umano non ha limiti, che "disumano" e "inumano" sono epiteti ipocriti. E' questo ad avere turbato molti lettori.
La consueta trappola dell'io narrante: io cammino con Aue, lo seguo nell'esperimento, ragiono con lui, in un certo senso sono lui, come lui è me e chiunque di noi: "Gli uomini comuni di cui è composto lo Stato - soprattutto in periodi di instabilità -, ecco il vero pericolo. Il vero pericolo per l'uomo sono io, siete voi. E se non ne siete convinti, inutile continuare a leggere oltre. Non capirete niente e vi arrabbierete, senza alcun vantaggio né per voi né per me."
Finché Aue soffre per il dolore che infligge, io soffro insieme a lui, ho gli stessi conati di vomito. La descrizione delle Aktionen in Ucraina è quasi insostenibile: chi è padre o madre vedrà i propri figli in ogni bambino fucilato e gettato nudo sul cumulo di morti. Queste pagine fanno amare la vita disperatamente, ti ci fanno aggrappare con tutte le forze, perché non c'è nulla di "edificante" nel modo in cui le vittime vanno a morire, sono decine e decine di pagine di macelleria a cielo aperto, pagine brutte, perché è la morte violenta a essere brutta: non c'è tempo per ultime frasi che tocchino il cuore; non c'è spazio per pose plastiche nella calca della fossa comune; la morte subita in mucchio è ancor più misera e priva di redenzione.
Gradualmente, però, la quantità mi prevarica, fa scattare le mie difese, distanzia l'esperienza e annulla la compassione. Un morto è omicidio, un milione di morti è statistica, ipse dixit. Di massacro in massacro, mi desensibilizzo insieme ad Aue, conseguo il suo medesimo distacco. Il romanzo coglie nel segno (se questo era il segno a cui mirava) e arriva a dimostrare che chiunque può abituarsi all'orrore. Al limite la pagherà con disturbi psicosomatici, cacarella, bruxismo... Poca roba. Del resto, non muoiono di fame e stenti ogni giorno migliaia di bambini senza che io ci perda il sonno? Il fatto che io non sia lì a guardarli morire, bensì distante migliaia di miglia, mi rende poi tanto diverso da Maximilien Aue, mi rende forse più innocente di lui? Aue è mio fratello, è contro me stesso che devo vigilare, nessuno di noi è immune dal diventare "nazista".
Littell, per dirla in una delle sue lingue native, has got a point, eppure il suo successo è un fallimento, perché mi anestetizza, toglie calore alle dita che reggono il libro. L'inflazione della valuta-morte mi fa davvero sembrare uno sterminio poco più di una statistica, e il rischio è che diventiamo più cinici anziché più vigili nei confronti di noi stessi. Eterogenesi dei fini. Per metterla giù in modo chiaro: finiamo la lettura più stronzi di quando l'avevamo iniziata.
Detto questo, è un romanzo importante, epocale, che non si può né si deve ignorare, che va letto e affrontato. E' anche un romanzo impervio, con centinaia di nomi e cognomi che non è possibile tenere a mente, parole tedesche che mettono soggezione, scartoffie infilate nel flusso senza alcuna mediazione. Sovente Littell va oltre il nozionismo e si produce in tirate piene di riferimenti criptici, come se si stesse rivolgendo - e forse è davvero così - alla corporazione degli storici anziché ai lettori comuni.
Durante un viaggio a Parigi, Aue si imbatte in un libro di Maurice Blanchot, Passi falsi, il quale contiene un saggio su Moby Dick, "libro impossibile" che "si rivela solo attraverso l'interrogativo che pone". Fin troppo scoperta, la dichiarazione di poetica: Littell è melvilliano dallo sfintere al nervo ottico. E se Melville –
come fa notare Henry Jenkins – scriveva così perché era un fan, un appassionato della navigazione che voleva sviscerarne ogni aspetto, allora Littell di cosa è fan? Littell è un fan del Novecento, inteso come "secolo di ferro e fuoco". Coglierne l'essenza è stato per anni la sua ossessione, la balena bruna a cui dare la caccia.
Ma non è forse l'ossessione di noi tutti? Quel mondo è sempre con noi: la seconda guerra mondiale è l'evento storico più raccontato e rappresentato di tutti i tempi, e il Führer ci tiene compagnia continuando a sbucare come monito, icona pop, pietra di paragone. Qualunque sterminio e genocidio è implicitamente o esplicitamente valutato in confronto alla Shoah, a cui ci riferiamo per metonimia: "Auschwitz". Qualunque nemico, anche occasionale, viene paragonato all'imbianchino. L'avvocato americano Mike Godwin ha coniato una "regola" (Godwin's Law) secondo cui "più una discussione on line si protrae nel tempo, più aumentano le probabilità che uno dei partecipanti venga paragonato a Hitler."
Le benevole non sarà il romanzo definitivo su nazismo e dintorni. Continueremo a raccontare quella storia, perché non possiamo farne a meno. Ci viviamo ancora dentro e chissà quando ne usciremo. Il nazismo ha perso eppure ha vinto, condicio sine qua non del nostro immaginario.




